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Gerardo Vesci & Partners Studio Legale – Rami d’azienda: cessioni, scorpori e conferimenti. L’interpretazione giurisprudenziale e le esigenze imprenditoriali. Auspicabile un diverso orientamento.

Sempre più spesso ci troviamo, come legali, ad affrontare le problematiche giuridiche presupposte o conseguenti alle cessioni di aziende o di loro rami.

In numerosi settori accade infatti che aziende, per affrontare le strade sempre più impervie della competitività, cedano a terzi uno o più rami del proprio originario contesto produttivo, a volte costituendo Società di scopo all’interno del medesimo Gruppo.

Con l’entrata in vigore dell’ultima parte del quinto comma dell’art. 2112 c.c. previsto dall’art. 32 del D. Lgs 276/2003, sembrava che le Aziende potessero, dopo anni “scuri“ dal punto di vista giurisprudenziale, avere una maggiore autonomia nel porre in essere quelle modifiche strutturali ritenute necessarie dall’evoluzione del mercato.

Almeno così sembrava ad un primo esame: “Le disposizioni del presente articolo (2112 c.c.) si applicano altresì al trasferimento di parte dell’azienda, intesa come articolazione funzionalmente autonoma di un’attività economica organizzata, identificata come tale dal cedente e dal cessionario al momento del suo trasferimento”.

Non è andata così almeno nel senso auspicato da chi fa impresa ed ha continue esigenze organizzative legate ai mercati di riferimento in continua evoluzione.

Ad oggi tale modifica normativa dal punto di vista operativo è stata ridimensionata da una giurisprudenza rigorosa che ha bollato vanificandole molte operazioni di scorporo di rami di azienda.

Giurisprudenza forse condizionata per lo più dal timore che dietro le operazioni di cessione si celassero spregiudicate riduzioni di personale.

La soluzione processuale è dunque stata talvolta quella di rimandare al mittente il ramo di azienda ceduto con le conseguenze pratiche che si possono facilmente immaginare.

Infatti chi aveva ceduto, e si era nel frattempo riorganizzato dal punto di vista produttivo, si è trovato con una struttura ridondante e chi aveva pensato di acquistare per aumentare la propria attività, ha dovuto fare ben più di un passo indietro.

Perché la cessionaria viene così privata di nuova forza lavoro su cui faceva affidamento.

Nel mentre la cedente si trova reinseriti in organico lavoratori già addetti ad attività che pensava aver legittimamente esternalizzate.

Con effetti a catena che finiscono per portare:

· ad una riassegnazione del singolo lavoratore  ex art. 2103 c.c. ad attività diverse da quelle precedentemente svolte, che ormai sono estranee al ciclo produttivo;

· alternativamente a riorganizzazioni che possono essere interpretate in chiave ritorsiva, con ulteriore contenzioso del quale le aziende farebbero volentieri a meno.

Ci si chiede quindi se non sia arrivato il momento, a meno di un rapido mutamento dell’attuale indirizzo giurisprudenziale (nel nostro sistema giudiziario accade), di un ulteriore intervento normativo finalizzato a definire e/o consentire una reale libertà imprenditoriale in materia.

Info: www.vesci.it