La disciplina dei licenziamenti Morrico: dopo le novità positive ora evitiamo le “retromarce”

Il contenzioso del lavoro nell’ultimo decennio ha avuto enormi cambiamenti. «Con la legge n. 92/2012 (cosiddetta Legge Fornero), prima, e con la legge delega n. 184/2013, (cosiddetto Jobs Act), poi, il legislatore ha introdotto una maggiore flessibilità ai rapporti di lavoro», spiega l’avvocato Enzo Morrico che, dal 1979, difende gli interessi datoriali nel settore del diritto del lavoro, sindacale e della previdenza sociale. Morrico è socio fondatore, assieme all’avvocato Arturo Maresca, dello studio legale “Maresca, Morrico, Boccia & Associati” che, proprio in questi giorni, ha ricevuto il riconoscimento come primo studio in Italia in materia di “Pratice Employment Litigation” da parte di Class Editori e Milano Finanza. Spiega l’avvocato Morrico: «Grazie al chiaro complesso normativo ad opera dei decreti delegati emessi a seguito del Jobs Act è stata introdotta una flessibilizzazione del rapporto di lavoro e si è visto ridurre in maniera significativa il contenzioso. Si sono ridotte esponenzialmente le cause aventi ad oggetto la richiesta di mansioni superiori e quelle derivanti da dequalificazione, avendo influito la normativa introdotta dall’art. 3 D.Lgs. 81/2015, ed ancor di più quelle aventi ad oggetto la trasformazione dei contratti a termine in contratti a tempo indeterminato stante la normativa prevista dal richiamato D.Lgs 81/2015 dagli artt. da 19 a 29 che prevedeva la “acausalità”. In questi ultimi anni — evidenzia Morrico — il maggior numero di cause di lavoro ha avuto ad oggetto l’impugnativa dei licenziamenti e in quest’ambito la disciplina in vigore oggi varia a seconda della data di assunzione: a quelli assunti prima del 7 marzo 2015 troverà applicazione la normativa introdotta dalla c.d. “legge Fornero”; a quelli assunti dopo la stessa data il D.Lgs 23/2015. Il Decreto dignità (D.L. 87/2018 convertito in L. 96/2018) ha confermato l’impianto normativo in precedenza delineato dal legislatore del Jobs Act, limitandosi ad elevare l’indennità dovuta nel caso di licenziamento dichiarato illegittimo, che pur tuttavia non prevede la reintegra nel posto di lavoro se non in casi residuali: importo minimo da 4 a 6 mesi e quello massimo da 24 a 36 mesi, lasciando però inalterata la modalità di liquidazione legata alla sola anzianità. Viceversa, la Corte Costituzionale, con la sentenza n.194/2018 è intervenuta proprio sulle modalità scelte dal legislatore per la liquidazione (rectius: l’ammontare) dell’indennità, dichiarando incostituzionale l’automatismo previsto dalla legge legato unicamente alla anzianità di servizio». In estrema sintesi è stata eliminata l’opzione legislativa tesa a rendere prevedibili le conseguenze in caso di dichiarazione di illegittimità del licenziamento. Cosa auspicare per il prossimo futuro? «Norme che pongano regole chiare e che diano maggiore certezza ai datori di lavoro e ai lavoratori». Info: www.mmba.it