Responsabilità medica, la legge Gelli tra luci e ombre a tre anni dall’introduzione

«La legislazione italiana sulla responsabilità medica ha fatto grandi passi in avanti, tuttavia ci sono ottimi margini di miglioramento. Si pensi alla definizione del grado di colpa per arrivare ad una condanna, aspetto che dovrebbe essere definito meglio». Non ha dubbi l’avvocato Gaetano Scalise, tra i maggiori esperti a livello nazionale sul tema della responsabilità medica (sia dei sanitari che delle Aziende e Strutture Sanitarie), nel commentare le novità introdotte dalla legge Gelli, che questo aprile compirà tre anni. Una legge che ha portato tante luci, ma anche qualche ombra. «Ha cambiato la disciplina civilistica e penalistica della responsabilità professionale dei medici», spiega Scalise. «Sono divenute determinanti le Linee Guida e le buone pratiche mediche, sulla definizione delle quali però il ministero della Salute è in ritardo». Il tema è di quelli roventi. «Con la nuova legge è cambiato l’approccio nei confronti dell’imputato e della sua responsabilità. Soprattutto quando si parla di imperizia, come sottolineato dalla Cassazione, la dimostrazione di aver agito secondo le buone pratiche scrimina l’azione del medico». L’avvocato Scalise, tra i primi negli Anni ‘80 a intuire la portata di questa branca del diritto, sottolinea come la legge Gelli sia nata con ottimi propositi, pur tuttavia influenzata dai tanti compromessi della politica. «Entrata in vigore il 1 aprile 2017, la Cassazione ne ha dato una prima interpretazione quasi subito, a ottobre una nuova sentenza di segno contrario e a dicembre la legge si trovava già difronte alle Sezioni Unite per una corretta interpretazione. Segno che la strada intrapresa è giusta, ma ancora resta da fare». Info: www.studioscalise.com